La storia del Barolo, il più misterioso dei vini piemontesi

Il Barolo non ha certo bisogno di presentazioni, è uno dei vini italiani più pregiati e venduti nel mondo. Eccellenza piemontese (si produce esclusivamente in provincia di Cuneo), è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2014, a dimostrazione dell’importanza riconosciuta a questo marchio DOCG in tutto il globo. Dal punto di vista della produzione e del gusto si sa quasi tutto su questo vino.

Le sue uve (nebbiolo) devono essere coltivate in terreni argillosi, esclusivamente collinari ad un altitudine compresa tra i 170 e i 540 metri s.l.m., e tutto il processo di vinificazione deve necessariamente essere compiuto nei territori dove si produce (una decina di comuni del cuneese, tutti a ridosso di Alba). Il vino deve subire un processo di invecchiamento di almeno 38 mesi, di cui come minimo 18 in botti di rovere o castagno. Dalla filiera produttiva emerge un vino rosso scuro con sfumature arancioni, dall’odore molto persistente e da un gusto perfettamente bilanciato tra sapori “forti” e sfumature di gusto più “morbide”. Ultima grande caratteristica che rende il Barolo un vino molto particolare è il fatto che, seppur i comuni di produzione siano molto vicini l’uno con l’altro, il gusto delle bottiglie prodotte nell’uno o nell’altro dei territori spesso risulta estremamente diverso.

A differenza del suo “cugino” Barbaresco (anch’esso ricavato da uve nebbiolo), che ha origini nell’epoca romana, con i Galli che cominciarono a produrre del vino con quelle caratteristiche, la storia del Barolo è estremamente recente e misteriosa. I primi documenti ufficiali dove compare la dicitura “vino Barolo” risalgono soltanto a partire dal secondo decennio dell’Ottocento. Tuttavia, per molto tempo si è confusa la provenienza del vino dalle sue caratteristiche intrinseche: si parlava di Barolo per descrivere i vini prodotti nel territorio dell’omonimo comune, e non per indicare quella particolare lavorazione delle uve nebbiolo. Quindi è difficile datare la nascita del Barolo come eccellenza agroalimentare, presumibile intorno alla metà del XIX secolo, ma con eccezioni almeno nei due decenni precedenti. La prima produzione ufficiale di Barolo “puro”, infatti, è stata portata avanti dai Marchesi Tancredi e Giulia Colbert Falletti di Barolo in questo periodo. Il vino nacque probabilmente come un esperimento per rendere più nobile e prestigioso il classico nebbiolo, che costituiva la maggior parte della produzione vitivinicola delle Langhe. L’obiettivo era vinificare una bevanda dal bouquet corposo e avvolgente e dal gusto deciso, armonioso ma permanente nel palato. Un ruolo decisivo in questo percorso vitivinicolo lo giocò il “generale enologo” Paolo Francesco Staglieno, il fondatore della moderna enologia piemontese. L’enologo infatti ebbe l’intuizione di applicare il cosiddetto metodo Gervais in fase di produzione del Barolo, che consentiva di eliminare l’acido carbonico e il biossido di carbonio in eccesso attraverso una specie di alambicco, ottenendo un vino secco molto più equilibrato e gustoso rispetto ai precedenti.

Il merito dell’esportazione e della fama che il Barolo assunse immediatamente in tutte le corti d’Europa è invece da ricercare nella figura di Giulia Colbert Falletti, Marchesa di Barolo. La donna, originaria di una famiglia di produttori vinicoli della Loira, applicando il “Metodo Staglieno” al vino delle sue cantine, promosse il nuovo Barolo dapprima presso i Savoia e poi in tutta Europa, attraverso operazioni di “marketing” molto moderne. Con l’appoggio indispensabile e decisivo del Conte Camillo Benso di Cavour e di Vittorio Emanuele II, il vino suscitò la curiosità di tutte le teste coronate d’Europa, che lo ordinarono in gran quantità. Celeberrima è la storia dell’“Assaggio di Re Carlo Alberto”. Il sovrano, che regnò sul Regno di Sardegna dal 1800 al 1831, venuto a conoscenza di questa nuova eccellenza vinicola, se ne fece portare a corte ben 325 carrà (botti da circa 600 litri), una per ogni giorno dell’anno ad eccezione dei quaranta giorni di Quaresima. Fu talmente entusiasta di quel nuovo gusto che acquistò una tenuta a Verduno soltanto per poterlo produrre autonomamente.

Rimasto sulla cresta dell’onda come vino prelibato per tutta la seconda metà dell’Ottocento, il Barolo conobbe una repentina decadenza negli anni della Prima Guerra Mondiale, accresciuta dalla devastante epidemia di filossera che colpì la maggior parte dei vitigni adibiti alla sua produzione nel 1930, che fece sì che quasi ci si dimenticasse del Barolo per una quindicina d’anni. Dopo la guerra, anche il Barolo fu protagonista di quel lento processo di rinascita e di incentivazione delle Langhe e della loro produzione vinicola (raccontata alla perfezione da Beppe Fenoglio in molti dei suoi romanzi). Il Barolo, in particolare, fu riconosciuto come prodotto DOC già nel 1966, uno dei primissimi a livello nazionale, e nel 1980 diventerà DOCG.

Poche eccellenze agroalimentare della ricchissima terra piemontese hanno avuto una storia tanto complessa e affascinante, tanto che non è facile nemmeno comprendere effettivamente quando sia nata la sua produzione. Il Barolo, oltre che un vino eccellente sotto tutti i punti di vista, esportato in tutto il mondo per la sua qualità, è anche un prodotto leggendario dal punto di vista storico, come si può constatare visitando il Museo del Vino situato proprio nel Castello di Barolo. La sua è una storia fatta di aneddoti e leggende più che di dati certi. E buona parte di quel mistero che l’ha sempre accompagnato, la si ritrova anche ogni volta che si sorseggia un calice che contiene del Barolo.

 


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