Il Polo Museale del Piemonte del MIBAC

Il Polo Museale del Piemonte è un organo del MiBAC che fa parte della rete nazionale dei poli museali regionali.

I Poli Museali regionali sono articolazioni periferiche della Direzione generale Musei. Assicurano sul territorio l’efficenza del servizio pubblico di fruizione e di valorizzazione degli istituti e dei luoghi della cultura in consegna allo Stato o allo Stato comunque affidati in gestione.

Provvedendo a definire strategie e obiettivi comuni di valorizzazione, in rapporto all’ambito territoriale di competenza, essi promuovono l’integrazione dei percorsi culturali di fruizione e, in raccordo con il segretario regionale, dei conseguenti itinerari turistico-culturali.

Ordina per: Azienda
Abbazia di Vezzolano
Tipologia:
Descrizione:

Benché la leggenda faccia risalire a Carlo Magno la sua fondazione, il primo documento in cui è menzionata l’Ecclesia di Santa Maria di Vezzolano risale al 1095: si tratta dell’investitura di Teodulo ed Egidio ad officiales, con l’impegno di attenersi ad alcuni precetti condivisi e di vivere secondo la regola canonica, probabilmente quella di sant’Agostino, attestata in seguito in Vezzolano da bolle papali del 1176 e del 1182.

Posta tra le diocesi di Vercelli, Asti, Torino ed Ivrea, vicina ai potenti comuni di Asti e Chieri, la Canonica di Vezzolano testimonia con le sue importanti opere d’arte medioevale un lungo periodo di splendore tra i secoli XII e XIII, seguito da un lento declino, che può essere simbolicamente racchiuso in due date: il 1405, anno in cui la canonica fu concessa in commenda ad abati residenti altrove, e il 1800, quando l’amministrazione napoleonica ne espropriò i beni, trasformando la chiesa in cappella campestre della parrocchia di Albugnano e in granaio il chiostro affrescato. Nel 1937 il complesso fu ceduto allo Stato e in consegna alla Soprintendenza per i Beni Architettonici.

La chiesa orientata, cioè con la parte absidale rivolta ad est, aveva in origine una pianta di tipo basilicale, ovvero a tre navate, che venne modificata nel XIII secolo, quando la navatella destra fu trasformata nel lato nord del chiostro. La facciata, a salienti, in cotto con fasce orizzontali in arenaria, presenta una ricca decorazione scultorea di connotazione transalpina concentrata nella parte centrale.

L’interno è in precoci forme gotiche: la navata centrale è suddivisa da un pontile (o jubè), rara struttura architettonica su colonnine, su cui si stende un bassorilievo policromo a due registri sovrapposti raffigurante i Patriarchi e Storie della Vergine, riferibile alla terza decade del Duecento pur se reca la data 1189 ; ai lati della finestra centrale dell’abside  una scultura policroma di derivazione antelamica ( fine XII secolo) rappresenta l’Annunciazione.

Nel chiostro, uno dei meglio conservati del Piemonte, si trovano capitelli scolpiti e un importante ciclo di affreschi trecentesco, con la notevole rappresentazione del Contrasto dei tre vivi e dei tre morti.

Descrizione lunga:

Benché la leggenda faccia risalire a Carlo Magno la sua fondazione, il primo documento in cui è menzionata l’Ecclesia di Santa Maria di Vezzolano risale al 1095: si tratta dell’investitura di Teodulo ed Egidio ad officiales, con l’impegno di attenersi ad alcuni precetti condivisi e di vivere secondo la regola canonica, probabilmente quella di sant’Agostino, attestata in seguito in Vezzolano da bolle papali del 1176 e del 1182.

Posta tra le diocesi di Vercelli, Asti, Torino ed Ivrea, vicina ai potenti comuni di Asti e Chieri, la Canonica di Vezzolano testimonia con le sue importanti opere d’arte medioevale un lungo periodo di splendore tra i secoli XII e XIII, seguito da un lento declino, che può essere simbolicamente racchiuso in due date: il 1405, anno in cui la canonica fu concessa in commenda ad abati residenti altrove, e il 1800, quando l’amministrazione napoleonica ne espropriò i beni, trasformando la chiesa in cappella campestre della parrocchia di Albugnano e in granaio il chiostro affrescato. Nel 1937 il complesso fu ceduto allo Stato e in consegna alla Soprintendenza per i Beni Architettonici.

La chiesa orientata, cioè con la parte absidale rivolta ad est, aveva in origine una pianta di tipo basilicale, ovvero a tre navate, che venne modificata nel XIII secolo, quando la navatella destra fu trasformata nel lato nord del chiostro. La facciata, a salienti, in cotto con fasce orizzontali in arenaria, presenta una ricca decorazione scultorea di connotazione transalpina concentrata nella parte centrale.

L’interno è in precoci forme gotiche: la navata centrale è suddivisa da un pontile (o jubè), rara struttura architettonica su colonnine, su cui si stende un bassorilievo policromo a due registri sovrapposti raffigurante i Patriarchi e Storie della Vergine, riferibile alla terza decade del Duecento pur se reca la data 1189 ; ai lati della finestra centrale dell’abside  una scultura policroma di derivazione antelamica ( fine XII secolo) rappresenta l’Annunciazione.

Nel chiostro, uno dei meglio conservati del Piemonte, si trovano capitelli scolpiti e un importante ciclo di affreschi trecentesco, con la notevole rappresentazione del Contrasto dei tre vivi e dei tre morti.

Armeria Reale
Tipologia:
Descrizione:

L’idea di istituire un museo dedicato alle armi nacque in seguito alla fondazione della “Regia Pinacoteca”, aperta nel 1832 nelle sale di Palazzo Madama. La futura Galleria Sabauda presentava al pubblico le principali opere d’arte delle collezioni dinastiche: si era così vuotata la grande Galleria del Beaumont, annessa al Palazzo Reale, dove a partire dal 1833 si iniziarono a raccogliere “tutte le armi antiche possedute dai diversi stabilimenti” e, in particolare, quelle provenienti dagli Arsenali di Torino e di Genova, insieme a quelle dell’Università e delle raccolte private dei sovrani. Nello stesso anno, il re Carlo Alberto acquistò l’importante collezione dello scenografo milanese Alessandro Sanquirico; artefice della vendita fu il capitano Vittorio Seyssel d’Aix, che negli anni seguenti incrementò l’Armeria con diversi pezzi provenienti dal mercato antiquario parigino. Il museo, aperto al pubblico nel 1837, presentava un suggestivo allestimento in cui alla decorazione settecentesca della galleria, ideata dall’architetto Filippo Juvarra e ornata dal pittore di corte Claudio Francesco Beaumont, si contrapponeva la sistemazione degli oggetti nelle vetrine e sulle pareti, secondo un gusto per il gothic revival caro al Romanticismo europeo.

Nel 1839 fu acquisita la cospicua raccolta di armi e armature dei conti Martinengo di Brescia; tre anni dopo l’architetto Pelagio Palagi portò a termine la Rotonda, nelle cui vetrine neoclassiche vennero sistemate le armi e le bandiere entrate nel museo dopo il 1848 e, soprattutto, quelle legate alle guerre risorgimentali; questo settore si arricchì ulteriormente, dopo il 1878, con la donazione delle collezioni di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II. Durante la prima metà del XX secolo il patrimonio dell’Armeria fu accresciuto con le raccolte di Umberto I e di Vittorio Emanuele III e con gli oggetti legati alle guerre d’Africa e alle guerre mondiali.

A partire dal 1998 l’Armeria è stata oggetto di una serie di interventi iniziata con il restauro dello scalone d’onore disegnato da Benedetto Alfieri, proseguita con la restituzione del Medagliere e conclusasi nel 2005 con la riapertura della Galleria del Beaumont e il recupero dell’allestimento storico, che era stato in precedenza modificato per adeguarlo a criteri museografici più rigorosamente filologici.

La riapertura della Loggia, nel 2011, ha restituto alla fruizione pubblica l’affaccio sulla piazza del castello, tradizionalmente usato dalla famiglia reale per salutare la folla.

Descrizione lunga:

L’idea di istituire un museo dedicato alle armi nacque in seguito alla fondazione della “Regia Pinacoteca”, aperta nel 1832 nelle sale di Palazzo Madama. La futura Galleria Sabauda presentava al pubblico le principali opere d’arte delle collezioni dinastiche: si era così vuotata la grande Galleria del Beaumont, annessa al Palazzo Reale, dove a partire dal 1833 si iniziarono a raccogliere “tutte le armi antiche possedute dai diversi stabilimenti” e, in particolare, quelle provenienti dagli Arsenali di Torino e di Genova, insieme a quelle dell’Università e delle raccolte private dei sovrani. Nello stesso anno, il re Carlo Alberto acquistò l’importante collezione dello scenografo milanese Alessandro Sanquirico; artefice della vendita fu il capitano Vittorio Seyssel d’Aix, che negli anni seguenti incrementò l’Armeria con diversi pezzi provenienti dal mercato antiquario parigino. Il museo, aperto al pubblico nel 1837, presentava un suggestivo allestimento in cui alla decorazione settecentesca della galleria, ideata dall’architetto Filippo Juvarra e ornata dal pittore di corte Claudio Francesco Beaumont, si contrapponeva la sistemazione degli oggetti nelle vetrine e sulle pareti, secondo un gusto per il gothic revival caro al Romanticismo europeo.

Nel 1839 fu acquisita la cospicua raccolta di armi e armature dei conti Martinengo di Brescia; tre anni dopo l’architetto Pelagio Palagi portò a termine la Rotonda, nelle cui vetrine neoclassiche vennero sistemate le armi e le bandiere entrate nel museo dopo il 1848 e, soprattutto, quelle legate alle guerre risorgimentali; questo settore si arricchì ulteriormente, dopo il 1878, con la donazione delle collezioni di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II. Durante la prima metà del XX secolo il patrimonio dell’Armeria fu accresciuto con le raccolte di Umberto I e di Vittorio Emanuele III e con gli oggetti legati alle guerre d’Africa e alle guerre mondiali.

A partire dal 1998 l’Armeria è stata oggetto di una serie di interventi iniziata con il restauro dello scalone d’onore disegnato da Benedetto Alfieri, proseguita con la restituzione del Medagliere e conclusasi nel 2005 con la riapertura della Galleria del Beaumont e il recupero dell’allestimento storico, che era stato in precedenza modificato per adeguarlo a criteri museografici più rigorosamente filologici.

La riapertura della Loggia, nel 2011, ha restituto alla fruizione pubblica l’affaccio sulla piazza del castello, tradizionalmente usato dalla famiglia reale per salutare la folla.

Castello di Moncalieri
Tipologia:
Descrizione:

L’attuale impianto del castello di Moncalieri risale al XVII secolo ed è il risultato dell’ampliamento di un fortilizio medioevale. Nella seconda metà del Quattrocento l’edificio fu scelto come dimora ducale da Jolanda di Valois; nel 1475 vi fu stipulato il trattato tra la duchessa, Carlo il Temerario, duca di Borgogna, e Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano.

A partire dal 1610, Carlo Emanuele I diede inizio ai lavori di ampliamento dell’antico maniero, proseguiti sotto Vittorio Amedeo I e la Madama Reale Maria Cristina di Francia: nell’arco di un sessantennio, con l’intervento degli architetti Amedeo di Castellamonte, Andrea Costaguta e Carlo Morello, l’edificio assunse la configurazione odierna.

Il castello fu residenza preferita di Vittorio Amedeo II, che vi morì nel 1732 dopo aver abdicato in favore del figlio Carlo Emanuele III. Durante il regno di quest’ultimo, l’edificio fu oggetto di numerosi interventi, sotto la direzione di Benedetto Alfieri; gli abbellimenti proseguirono al tempo di Vittorio Amedeo III (morto a Moncalieri nel 1796), con l’intervento dell’architetto messinese Francesco Martinez.

L’arrivo delle truppe francesi apportò gravi danni all’edificio, che fu utilizzato come caserma e ospedale militare. Nel 1817, sotto Vittorio Emanuele I, si intrapresero le operazioni di restauro: furono allora realizzati lo scalone a tre rampe in marmo di Carrara e la cavallerizza in fondo al cortile principale. Nel periodo risorgimentale, gli appartamenti di Vittorio Emanuele II e della regina Maria Adelaide vennero riallestiti e arredati secondo il gusto eclettico tipico della seconda metà dell’Ottocento, cancellando quasi completamente le tracce dei secoli precedenti.

Il 20 novembre 1849 vi fu firmato il Proclama di Moncalieri, controfirmato da Massimo d’Azeglio, con cui il re scioglieva la Camera dei Deputati e faceva approvare alla nuova Camera il trattato di pace con l’Austria.

Dopo essere stato occupato durante la seconda guerra mondiale dai nazi-fascisti, dai partigiani ed infine dagli sfollati, nel 1948 il complesso diventò sede del I Battaglione Carabinieri “Piemonte”. Gli appartamenti reali sono stati restaurati e aperti al pubblico nel 1991. Il 5 aprile del 2008 il torrione sudest del Castello è stato colpito da un violento incendio che ha reso necessaria la chiusura del percorso di visita e un nuovo ciclo di restauri. Attualmente il Castello di Moncalieri non è visitabile ma tornerà nuovamente a esserlo nel corso del 2016.

Descrizione lunga:

L’attuale impianto del castello di Moncalieri risale al XVII secolo ed è il risultato dell’ampliamento di un fortilizio medioevale. Nella seconda metà del Quattrocento l’edificio fu scelto come dimora ducale da Jolanda di Valois; nel 1475 vi fu stipulato il trattato tra la duchessa, Carlo il Temerario, duca di Borgogna, e Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano.

A partire dal 1610, Carlo Emanuele I diede inizio ai lavori di ampliamento dell’antico maniero, proseguiti sotto Vittorio Amedeo I e la Madama Reale Maria Cristina di Francia: nell’arco di un sessantennio, con l’intervento degli architetti Amedeo di Castellamonte, Andrea Costaguta e Carlo Morello, l’edificio assunse la configurazione odierna.

Il castello fu residenza preferita di Vittorio Amedeo II, che vi morì nel 1732 dopo aver abdicato in favore del figlio Carlo Emanuele III. Durante il regno di quest’ultimo, l’edificio fu oggetto di numerosi interventi, sotto la direzione di Benedetto Alfieri; gli abbellimenti proseguirono al tempo di Vittorio Amedeo III (morto a Moncalieri nel 1796), con l’intervento dell’architetto messinese Francesco Martinez.

L’arrivo delle truppe francesi apportò gravi danni all’edificio, che fu utilizzato come caserma e ospedale militare. Nel 1817, sotto Vittorio Emanuele I, si intrapresero le operazioni di restauro: furono allora realizzati lo scalone a tre rampe in marmo di Carrara e la cavallerizza in fondo al cortile principale. Nel periodo risorgimentale, gli appartamenti di Vittorio Emanuele II e della regina Maria Adelaide vennero riallestiti e arredati secondo il gusto eclettico tipico della seconda metà dell’Ottocento, cancellando quasi completamente le tracce dei secoli precedenti.

Il 20 novembre 1849 vi fu firmato il Proclama di Moncalieri, controfirmato da Massimo d’Azeglio, con cui il re scioglieva la Camera dei Deputati e faceva approvare alla nuova Camera il trattato di pace con l’Austria.

Dopo essere stato occupato durante la seconda guerra mondiale dai nazi-fascisti, dai partigiani ed infine dagli sfollati, nel 1948 il complesso diventò sede del I Battaglione Carabinieri “Piemonte”. Gli appartamenti reali sono stati restaurati e aperti al pubblico nel 1991. Il 5 aprile del 2008 il torrione sudest del Castello è stato colpito da un violento incendio che ha reso necessaria la chiusura del percorso di visita e un nuovo ciclo di restauri. Attualmente il Castello di Moncalieri non è visitabile ma tornerà nuovamente a esserlo nel corso del 2016.

Musei reali di Torino – Biblioteca reale di Torino
Tipologia:
Descrizione:

La Biblioteca Reale, istituita dal re Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1798-1849), ubicata al piano terreno dell'ala di levante del Palazzo Reale, è inserita nel raffinato ambiente ideato nel 1837 dall'architetto di corte Pelagio Palagi e raccoglie prevalentemente opere di storia degli Stati sabaudi e di scienze storiche.

Conserva preziosi codici miniati medievali - di cui sono pregevole testimonianza i lussuosi messali del duca Amedeo VIII - eleganti portolani, rari incunaboli, splendidi album scenografici disegnati da Giovanni Tommaso Borgonio, atlanti naturalistici seicenteschi - esemplari unici per contenuto e qualità - appartenuti al duca Carlo Emanuele I. Il Theatrum Sabaudiae, edito ad Amsterdam nel 1682, testimonia la volontà dei duchi di Savoia di affidare alla stampa la divulgazione della magnificenza della capitale, delle residenze e del loro territorio rappresentata in tavole colorate di forte impatto visivo.

Di eccezionale valore la collezione grafica della Biblioteca, acquisita dal re Carlo Alberto nel 1839, composta da disegni di grandi maestri italiani e stranieri dal XIV al XVIII secolo e resa straordinaria dalla presenza di tredici fogli autografi di Leonardo da Vinci. Dal 1998 nella Sala Leonardo, realizzata con il contributo della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, viene esposto a rotazione prezioso materiale bibliografico e storico-artistico secondo una precisa politica di valorizzazione del patrimonio posseduto.

La Sala di Lettura osserva i seguenti orari: Lunedì-Mercoledì 8.15–18.45; Giovedì-Sabato 8.15–13.45. Giorno di chiusura: Domenica.

Descrizione lunga:

La Biblioteca Reale, istituita dal re Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1798-1849), ubicata al piano terreno dell'ala di levante del Palazzo Reale, è inserita nel raffinato ambiente ideato nel 1837 dall'architetto di corte Pelagio Palagi e raccoglie prevalentemente opere di storia degli Stati sabaudi e di scienze storiche.

Conserva preziosi codici miniati medievali - di cui sono pregevole testimonianza i lussuosi messali del duca Amedeo VIII - eleganti portolani, rari incunaboli, splendidi album scenografici disegnati da Giovanni Tommaso Borgonio, atlanti naturalistici seicenteschi - esemplari unici per contenuto e qualità - appartenuti al duca Carlo Emanuele I. Il Theatrum Sabaudiae, edito ad Amsterdam nel 1682, testimonia la volontà dei duchi di Savoia di affidare alla stampa la divulgazione della magnificenza della capitale, delle residenze e del loro territorio rappresentata in tavole colorate di forte impatto visivo.

Di eccezionale valore la collezione grafica della Biblioteca, acquisita dal re Carlo Alberto nel 1839, composta da disegni di grandi maestri italiani e stranieri dal XIV al XVIII secolo e resa straordinaria dalla presenza di tredici fogli autografi di Leonardo da Vinci. Dal 1998 nella Sala Leonardo, realizzata con il contributo della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, viene esposto a rotazione prezioso materiale bibliografico e storico-artistico secondo una precisa politica di valorizzazione del patrimonio posseduto.

La Sala di Lettura osserva i seguenti orari: Lunedì-Mercoledì 8.15–18.45; Giovedì-Sabato 8.15–13.45. Giorno di chiusura: Domenica.

Musei reali di Torino – Palazzo Chiablese
Tipologia:
Descrizione:

La primitiva vicenda costruttiva di palazzo Chiablese è ancora poco conosciuta: i recenti lavori di restauro hanno dimostrato che la fondazione originaria dell’edificio è anteriore al XV secolo. Passato nel 1642 al cardinale Maurizio di Savoia, che lo elesse a propria residenza, esso divenne in seguito sede di uffici della Corte reale.

Nel 1753 il re Carlo Emanuele III affidò all’architetto di corte Benedetto Alfieri l’incarico di riplasmare la residenza per il secondogenito Benedetto Maria Maurizio, duca del Chiablese: fu allora ridisegnata la facciata e costruito il maestoso scalone che conduce al piano nobile, ricco di arredi, stucchi, boiseries, specchiere e sovrapporte dipinte da pittori quali Francesco De Mura e Gregorio Guglielmi.

Durante il periodo napoleonico il palazzo fu sede del governatore Camillo Borghese e della sua celebre moglie, Paolina Borghese. Tornato ai Savoia con la Restaurazione, divenne residenza del re Carlo Felice e poi di Ferdinando duca di Genova, secondogenito di Carlo Alberto; nel 1851 vi nacque Margherita, prima regina d’Italia.

Danneggiato dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, passò in seguito al Demanio; l’edificio, oggi completamente restaurato, ospita la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte insieme ad uffici delle Soprintendenze.

Descrizione lunga:

La primitiva vicenda costruttiva di palazzo Chiablese è ancora poco conosciuta: i recenti lavori di restauro hanno dimostrato che la fondazione originaria dell’edificio è anteriore al XV secolo. Passato nel 1642 al cardinale Maurizio di Savoia, che lo elesse a propria residenza, esso divenne in seguito sede di uffici della Corte reale.

Nel 1753 il re Carlo Emanuele III affidò all’architetto di corte Benedetto Alfieri l’incarico di riplasmare la residenza per il secondogenito Benedetto Maria Maurizio, duca del Chiablese: fu allora ridisegnata la facciata e costruito il maestoso scalone che conduce al piano nobile, ricco di arredi, stucchi, boiseries, specchiere e sovrapporte dipinte da pittori quali Francesco De Mura e Gregorio Guglielmi.

Durante il periodo napoleonico il palazzo fu sede del governatore Camillo Borghese e della sua celebre moglie, Paolina Borghese. Tornato ai Savoia con la Restaurazione, divenne residenza del re Carlo Felice e poi di Ferdinando duca di Genova, secondogenito di Carlo Alberto; nel 1851 vi nacque Margherita, prima regina d’Italia.

Danneggiato dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, passò in seguito al Demanio; l’edificio, oggi completamente restaurato, ospita la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte insieme ad uffici delle Soprintendenze.

Musei reali di Torino – Palazzo reale di Torino
Tipologia:
Descrizione:

Nel 1563, con il trasferimento della capitale del ducato da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto di Savoia stabilì la propria residenza nel palazzo del vescovo, presso il Duomo; già nel 1584, tuttavia, Carlo Emanuele I affidò all’architetto Ascanio Vittozzi la costruzione di una nuova fabbrica. Dopo il 1643, con la reggenza di Maria Cristina di Francia, la direzione dei lavori passò a Carlo di Castellamonte e quindi a Carlo Morello. Parallelamente si procedeva all’arredo delle sale di parata al primo piano, caratterizzate dai ricchissimi soffitti in legno intagliato e dorato con grandi tele allegoriche di Jan Miel e Charles Dauphin, i cui soggetti esaltano le virtù del sovrano secondo un programma iconografico dettato dal retore di corte Emanuele Tesauro.

Nel 1688 il pittore Daniel Seiter venne chiamato da Roma per affrescare la galleria da allora detta “del Daniel”. Seiter, affiancato dal pittore genovese Bartolomeo Guidobono, intervenne anche nell’appartamento al pianterreno, detto poi di Madama Felicita. Sul finire del Seicento, l’impianto del giardino fu rivisto e ampliato dal celebre architetto francese André Le Notre.

Quando Vittorio Amedeo II ottenne il titolo regio, nel 1713, fu creata la cosiddetta “zona di comando”, annessa al palazzo e costituita dalle Segreterie, dagli Uffici, dal Teatro Regio e dagli Archivi di Stato. Regista di tali interventi fu l’architetto messinese Filippo Juvarra, che all’interno del palazzo realizzò l’ardita Scala delle Forbici e il Gabinetto Cinese. Diversi ambienti sono ornati da dipinti di Claudio Francesco Beaumont, pittore ufficiale di Carlo Emanuele III, salito al trono nel 1730.

Alla partenza di Juvarra per Madrid la carica di primo architetto regio passò a Benedetto Alfieri, che definì gli apparati decorativi degli appartamenti al secondo piano, rinnovò la Galleria del Daniel e allestì le nuove camere degli Archivi, affrescate da Francesco De Mura e da Gregorio Guglielmi. Al tempo di Carlo Alberto (1831-1849) furono rinnovate, sotto la direzione del bolognese Pelagio Palagi, alcune sale del piano nobile, quali il Salone degli Svizzeri e la Sala del Consiglio, nonché una parte degli appartamenti al secondo piano.

A ridosso dell’Unità d’Italia, nel 1862, fu realizzato il nuovo scalone d’onore. Con il trasferimento della capitale da Torino a Firenze e poi a Roma, il palazzo perse progressivamente le sue funzioni di residenza; dal 1955 è in consegna alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici.

Descrizione lunga:

Nel 1563, con il trasferimento della capitale del ducato da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto di Savoia stabilì la propria residenza nel palazzo del vescovo, presso il Duomo; già nel 1584, tuttavia, Carlo Emanuele I affidò all’architetto Ascanio Vittozzi la costruzione di una nuova fabbrica. Dopo il 1643, con la reggenza di Maria Cristina di Francia, la direzione dei lavori passò a Carlo di Castellamonte e quindi a Carlo Morello. Parallelamente si procedeva all’arredo delle sale di parata al primo piano, caratterizzate dai ricchissimi soffitti in legno intagliato e dorato con grandi tele allegoriche di Jan Miel e Charles Dauphin, i cui soggetti esaltano le virtù del sovrano secondo un programma iconografico dettato dal retore di corte Emanuele Tesauro.

Nel 1688 il pittore Daniel Seiter venne chiamato da Roma per affrescare la galleria da allora detta “del Daniel”. Seiter, affiancato dal pittore genovese Bartolomeo Guidobono, intervenne anche nell’appartamento al pianterreno, detto poi di Madama Felicita. Sul finire del Seicento, l’impianto del giardino fu rivisto e ampliato dal celebre architetto francese André Le Notre.

Quando Vittorio Amedeo II ottenne il titolo regio, nel 1713, fu creata la cosiddetta “zona di comando”, annessa al palazzo e costituita dalle Segreterie, dagli Uffici, dal Teatro Regio e dagli Archivi di Stato. Regista di tali interventi fu l’architetto messinese Filippo Juvarra, che all’interno del palazzo realizzò l’ardita Scala delle Forbici e il Gabinetto Cinese. Diversi ambienti sono ornati da dipinti di Claudio Francesco Beaumont, pittore ufficiale di Carlo Emanuele III, salito al trono nel 1730.

Alla partenza di Juvarra per Madrid la carica di primo architetto regio passò a Benedetto Alfieri, che definì gli apparati decorativi degli appartamenti al secondo piano, rinnovò la Galleria del Daniel e allestì le nuove camere degli Archivi, affrescate da Francesco De Mura e da Gregorio Guglielmi. Al tempo di Carlo Alberto (1831-1849) furono rinnovate, sotto la direzione del bolognese Pelagio Palagi, alcune sale del piano nobile, quali il Salone degli Svizzeri e la Sala del Consiglio, nonché una parte degli appartamenti al secondo piano.

A ridosso dell’Unità d’Italia, nel 1862, fu realizzato il nuovo scalone d’onore. Con il trasferimento della capitale da Torino a Firenze e poi a Roma, il palazzo perse progressivamente le sue funzioni di residenza; dal 1955 è in consegna alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici.

Palazzo Carignano
Tipologia:
Descrizione:

l Palazzo Carignano è sorto per volontà di Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano, su progetto del padre teatino Guarino Guarini che ne ha iniziato la costruzione nel 1679. È uno dei più suggestivi ed imponenti palazzi del Seicento italiano, con facciata sinuosa e rivestimento in semplice mattone, preziosamente e originalmente lavorato.

L’edificio era sorto nell’area adibita a scuderie dal principe Tommaso, capostipite del ramo cadetto Savoia-Carignano, ed aveva in origine una pianta a C aperta sui giardini; l’attuale struttura quadrangolare è dovuta all’aggiunta del corpo di fabbrica ottocentesco costruito per ospitare il Parlamento italiano, e terminato nel 1871, dopo lo spostamento della capitale a Roma. Il salone centrale ellittico situato nella parte seicentesca, già destinato alle feste, era stato trasformato nel 1848 in aula del Primo Parlamento Subalpino. Il Palazzo ospita nelle sale del piano nobile il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano e al piano terreno gli uffici del Polo Museale del Piemonte, oltre ad alcuni uffici della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana Torino.

Riaperto al pubblico, grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo, nel 2011 con una mostra dedicata a Stefano Maria Legnani detto il Legnanino, il valente pittore che fra fine Sei e inizio Settecento ne ha decorato gli interni, dopo mezzo secolo è attualmente fruibile con un percorso stabile di visita all’appartamento di Mezzogiorno, detto anche dei Principi. Si tratta di un percorso concepito ‘in divenire’, destinato cioè ad ampliarsi e arricchirsi man mano che le indagini avviate aumenteranno il livello di conoscenza sul palazzo, sulle vicende e sui personaggi che lo hanno abitato.

Descrizione lunga:

l Palazzo Carignano è sorto per volontà di Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano, su progetto del padre teatino Guarino Guarini che ne ha iniziato la costruzione nel 1679. È uno dei più suggestivi ed imponenti palazzi del Seicento italiano, con facciata sinuosa e rivestimento in semplice mattone, preziosamente e originalmente lavorato.

L’edificio era sorto nell’area adibita a scuderie dal principe Tommaso, capostipite del ramo cadetto Savoia-Carignano, ed aveva in origine una pianta a C aperta sui giardini; l’attuale struttura quadrangolare è dovuta all’aggiunta del corpo di fabbrica ottocentesco costruito per ospitare il Parlamento italiano, e terminato nel 1871, dopo lo spostamento della capitale a Roma. Il salone centrale ellittico situato nella parte seicentesca, già destinato alle feste, era stato trasformato nel 1848 in aula del Primo Parlamento Subalpino. Il Palazzo ospita nelle sale del piano nobile il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano e al piano terreno gli uffici del Polo Museale del Piemonte, oltre ad alcuni uffici della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana Torino.

Riaperto al pubblico, grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo, nel 2011 con una mostra dedicata a Stefano Maria Legnani detto il Legnanino, il valente pittore che fra fine Sei e inizio Settecento ne ha decorato gli interni, dopo mezzo secolo è attualmente fruibile con un percorso stabile di visita all’appartamento di Mezzogiorno, detto anche dei Principi. Si tratta di un percorso concepito ‘in divenire’, destinato cioè ad ampliarsi e arricchirsi man mano che le indagini avviate aumenteranno il livello di conoscenza sul palazzo, sulle vicende e sui personaggi che lo hanno abitato.

Villa della Regina
Tipologia:
Descrizione:

Villa della Regina è un delizioso complesso di vigna e giardini fatto costruire sulla collina torinese, sul modello delle ville romane, dal principe Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I ad inizio Seicento. Nel 1657, alla sua morte, la moglie Lodovica amplia fabbricati e giardini, aggiornando decorazione ed arredi. Nel 1692 la Vigna passa ad Anna di Orleans, moglie di Vittorio Amedeo II, che dispone, in quella che ormai sarà chiamata Villa della Regina, importanti interventi.

Sotto la guida di Filippo Juvarra, e poi di Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano, si ridefiniscono spazi e rapporti con il giardino. L'arredo e le decorazioni seicentesche vengono modificati con il coinvolgimento di grandi artisti all'opera, in quel periodo storico, nei cantieri regi della capitale del regno: Giovan Battista Crosato, Corrado Giaquinto, Giuseppe Dallamano.

Nel 1868, quando ormai i Savoia si sono trasferiti al Quirinale e Torino non è più capitale del Regno, il complesso viene donato all’Istituto per le Figlie dei Militari (ente soppresso nel 1975) che lo trasforma in una scuola per fanciulle; non viene meno però la sua unitarietà di vigna, poi villa con i padiglioni aulici, le grotte, i giochi d’acqua nei giardini e nel parco e le zone di servizio ed agricole.

Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale la Villa subisce gravissimi danni e la mancata manutenzione del delicato equilibrio fra costruito e giardini, seguita da graduale abbandono, parziali smembramenti, interventi impropri, compromette lo straordinario complesso con un degrado prossimo al collasso.

Nel 1994 il complesso viene consegnato all’allora Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Piemonte. Iniziano i restauri realizzati con fondi statali, delle Fondazioni bancarie torinesi e di privati, che hanno ristabilito la situazione conservativa e la stretta connessione del Compendio di Villa della Regina con Torino.

Dall’ inizio del Seicento la Villa costituisce il fondale scenografico della città oltre il Po; dai suoi giardini è possibile ammirare il panorama che si estende dal fiume fino alla corona delle Alpi.

Descrizione lunga:

Villa della Regina è un delizioso complesso di vigna e giardini fatto costruire sulla collina torinese, sul modello delle ville romane, dal principe Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I ad inizio Seicento. Nel 1657, alla sua morte, la moglie Lodovica amplia fabbricati e giardini, aggiornando decorazione ed arredi. Nel 1692 la Vigna passa ad Anna di Orleans, moglie di Vittorio Amedeo II, che dispone, in quella che ormai sarà chiamata Villa della Regina, importanti interventi.

Sotto la guida di Filippo Juvarra, e poi di Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano, si ridefiniscono spazi e rapporti con il giardino. L'arredo e le decorazioni seicentesche vengono modificati con il coinvolgimento di grandi artisti all'opera, in quel periodo storico, nei cantieri regi della capitale del regno: Giovan Battista Crosato, Corrado Giaquinto, Giuseppe Dallamano.

Nel 1868, quando ormai i Savoia si sono trasferiti al Quirinale e Torino non è più capitale del Regno, il complesso viene donato all’Istituto per le Figlie dei Militari (ente soppresso nel 1975) che lo trasforma in una scuola per fanciulle; non viene meno però la sua unitarietà di vigna, poi villa con i padiglioni aulici, le grotte, i giochi d’acqua nei giardini e nel parco e le zone di servizio ed agricole.

Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale la Villa subisce gravissimi danni e la mancata manutenzione del delicato equilibrio fra costruito e giardini, seguita da graduale abbandono, parziali smembramenti, interventi impropri, compromette lo straordinario complesso con un degrado prossimo al collasso.

Nel 1994 il complesso viene consegnato all’allora Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Piemonte. Iniziano i restauri realizzati con fondi statali, delle Fondazioni bancarie torinesi e di privati, che hanno ristabilito la situazione conservativa e la stretta connessione del Compendio di Villa della Regina con Torino.

Dall’ inizio del Seicento la Villa costituisce il fondale scenografico della città oltre il Po; dai suoi giardini è possibile ammirare il panorama che si estende dal fiume fino alla corona delle Alpi.

Abbazia di Fruttuaria
Tipologia:
Descrizione:

L'abbazia benedettina fu fondata all'inizio del XI secolo da Guglielmo da Volpiano. Intorno al 1400 subì una fase di declino a cui seguì la soppressione; nel 1585 fu trasformata in collegiata. Vittorio Amedeo delle Lanze, nel 1770, fece costruire, su progetto attribuito a Bernardo Antonio Vittone, una nuova grande chiesa il cui impianto si sovrappone alle strutture medievali.

L'edificio originario presentava tre corte navate tagliate da un transetto sul quale si aprivano cinque cappelle absidale: con la presenza di più altari così diversi monaci avevano la possibilità di celebrare contemporaneamente la liturgia. Le pareti delle cappelle del transetto conservano coloratissimi affreschi, con motivi a finto marmo stilizzato. L'altare della croce, in posizione centrale, rappresentava il fulcro di tutto lo spazio religioso e alle sue spalle è conservata la rotonda del Santo Sepolcro, risalente alle prime fasi costruttive. La pavimentazione dell'area, costituita da una serie di mosaici a motivi geometrici e animali posti entro riquadri, è tornata alla luce nel 1979. Ai lati dell’altare si conservano due riquadri con coppie di animali affrontati. Il riquadro nord, molto lacunoso, conteneva due leoni, quello sud, meglio conservato, due grifoni rampanti separati da un tralcio vegetale. Una seconda fascia ad un livello più basso conserva entro riquadri geometricamente ripartiti in spazi romboidali, quattro aquilotti, simbolo imperiale. Completano la scena altri due grifi (simbolo cristologico) in tessere bianche e nere e inserti policromi. I mosaici di Fruttuaria, di matrice benedettina, risultano essere tra i più antichi presenti in area piemontese.

Il chiostro Settecentesco, a pianta ad ottagono regolare, rappresenta l'elemento di cerniera di tutto il complesso. Durante un recente restauro delle murature sono emersi alcuni elementi della fase romanica: si tratta di quattro piccole arcate in muratura, rette da capitelli in forma tronco conica, sostenuti da una colonnina, tutto in muratura intonacata. Il ritrovamento delle antiche strutture ha permesso di cogliere la complessità del sistema e ha reso ripercorribili mille anni di storia di questo edificio: è stato realizzato un solaio in ferro cemento a divisione della chiesa superiore, adibita alle funzioni di culto, da quella inferiore, visitabile attraverso un percorso museale didattico, grazie all'Associazione Amici di Fruttuaria.

A Fruttuaria si ritirò e morì, nel 1015, il primo re d'Italia Arduino d'Ivrea.

Visite a cura dell’Associazione “Amici di Fruttuaria”

Descrizione lunga:

L'abbazia benedettina fu fondata all'inizio del XI secolo da Guglielmo da Volpiano. Intorno al 1400 subì una fase di declino a cui seguì la soppressione; nel 1585 fu trasformata in collegiata. Vittorio Amedeo delle Lanze, nel 1770, fece costruire, su progetto attribuito a Bernardo Antonio Vittone, una nuova grande chiesa il cui impianto si sovrappone alle strutture medievali.

L'edificio originario presentava tre corte navate tagliate da un transetto sul quale si aprivano cinque cappelle absidale: con la presenza di più altari così diversi monaci avevano la possibilità di celebrare contemporaneamente la liturgia. Le pareti delle cappelle del transetto conservano coloratissimi affreschi, con motivi a finto marmo stilizzato. L'altare della croce, in posizione centrale, rappresentava il fulcro di tutto lo spazio religioso e alle sue spalle è conservata la rotonda del Santo Sepolcro, risalente alle prime fasi costruttive. La pavimentazione dell'area, costituita da una serie di mosaici a motivi geometrici e animali posti entro riquadri, è tornata alla luce nel 1979. Ai lati dell’altare si conservano due riquadri con coppie di animali affrontati. Il riquadro nord, molto lacunoso, conteneva due leoni, quello sud, meglio conservato, due grifoni rampanti separati da un tralcio vegetale. Una seconda fascia ad un livello più basso conserva entro riquadri geometricamente ripartiti in spazi romboidali, quattro aquilotti, simbolo imperiale. Completano la scena altri due grifi (simbolo cristologico) in tessere bianche e nere e inserti policromi. I mosaici di Fruttuaria, di matrice benedettina, risultano essere tra i più antichi presenti in area piemontese.

Il chiostro Settecentesco, a pianta ad ottagono regolare, rappresenta l'elemento di cerniera di tutto il complesso. Durante un recente restauro delle murature sono emersi alcuni elementi della fase romanica: si tratta di quattro piccole arcate in muratura, rette da capitelli in forma tronco conica, sostenuti da una colonnina, tutto in muratura intonacata. Il ritrovamento delle antiche strutture ha permesso di cogliere la complessità del sistema e ha reso ripercorribili mille anni di storia di questo edificio: è stato realizzato un solaio in ferro cemento a divisione della chiesa superiore, adibita alle funzioni di culto, da quella inferiore, visitabile attraverso un percorso museale didattico, grazie all'Associazione Amici di Fruttuaria.

A Fruttuaria si ritirò e morì, nel 1015, il primo re d'Italia Arduino d'Ivrea.

Visite a cura dell’Associazione “Amici di Fruttuaria”

Anfiteatro romano di Ivrea
Tipologia:
Descrizione:

L’Anfiteatro di Ivrea è stato costruito intorno alla metà del I secolo d.C., fuori dalle mura, lungo la via per Vercelli. Si presume che potesse ospitare da dieci a quindicimila spettatori. Di questo antico monumento, che si estende per una lunghezza di circa 65 metri, rimangono le fondazioni dei muri, in particolare del muro perimetrale ellittico esterno e dei muri laterali di sostituzione (termine dell’archeologia che indica una struttura in tutto o in parte sotterranea per sostenere un edificio sovrastante). Si possono inoltre ancora individuare alcuni cunicoli sotterranei dove venivano tenuti gli animali da combattimento.
L’anfiteatro eporediese è stato portato alla luce all’inizio del 1955 e, durante i lavori di scavo, sono stati rinvenuti molti frammenti di affreschi ed un lungo tratto di rivestimento in bronzo per le spalliere di sedili del podio. Per costruire l’anfiteatro i romani demolirono una villa preesistente, di cui oggi sono visibili alcuni resti archeologici. Qui sono state rinvenute monete, anfore, frammenti di statue e resti di intonaco dipinto.
La strada, che dall’anfiteatro ci conduce all’antica Eporedia, ha mantenuto la direzione della via delle Gallie che collegava direttamente Roma con i territori al di là delle Alpi. Eporedia era quindi un passaggio obbligato e diventò un importante centro commerciale, di conseguenza anche la popolazione aumentò notevolmente. La città perciò si espanse, soprattutto nel periodo imperiale, anche oltre le mura, principalmente nella parte est che era la più adatta a nuovi insediamenti. In tutta la zona compresa tra l’anfiteatro e la Porta Praetoria sorsero nuovi quartieri e ciò è documentato sia da fonti medievali sia da scavi archeologici. Un’area ad uso prevalentemente commerciale è stata scoperta a nord della Porta Praetoria.
 

Descrizione lunga:

L’Anfiteatro di Ivrea è stato costruito intorno alla metà del I secolo d.C., fuori dalle mura, lungo la via per Vercelli. Si presume che potesse ospitare da dieci a quindicimila spettatori. Di questo antico monumento, che si estende per una lunghezza di circa 65 metri, rimangono le fondazioni dei muri, in particolare del muro perimetrale ellittico esterno e dei muri laterali di sostituzione (termine dell’archeologia che indica una struttura in tutto o in parte sotterranea per sostenere un edificio sovrastante). Si possono inoltre ancora individuare alcuni cunicoli sotterranei dove venivano tenuti gli animali da combattimento.
L’anfiteatro eporediese è stato portato alla luce all’inizio del 1955 e, durante i lavori di scavo, sono stati rinvenuti molti frammenti di affreschi ed un lungo tratto di rivestimento in bronzo per le spalliere di sedili del podio. Per costruire l’anfiteatro i romani demolirono una villa preesistente, di cui oggi sono visibili alcuni resti archeologici. Qui sono state rinvenute monete, anfore, frammenti di statue e resti di intonaco dipinto.
La strada, che dall’anfiteatro ci conduce all’antica Eporedia, ha mantenuto la direzione della via delle Gallie che collegava direttamente Roma con i territori al di là delle Alpi. Eporedia era quindi un passaggio obbligato e diventò un importante centro commerciale, di conseguenza anche la popolazione aumentò notevolmente. La città perciò si espanse, soprattutto nel periodo imperiale, anche oltre le mura, principalmente nella parte est che era la più adatta a nuovi insediamenti. In tutta la zona compresa tra l’anfiteatro e la Porta Praetoria sorsero nuovi quartieri e ciò è documentato sia da fonti medievali sia da scavi archeologici. Un’area ad uso prevalentemente commerciale è stata scoperta a nord della Porta Praetoria.
 

Archivio di Stato di Alessandria
Tipologia:
Descrizione:

Il territorio dell'attuale provincia è storicamente costituito dall'Alessandrino propriamente detto e da parte del Monferrato, oltre a qualche zona un tempo appartenente alla repubblica di Genova. Parte della documentazione conservata nell'antico archivio notarile del Monferrato riguarda località oggi appartenenti alle province limitrofe di Asti, Cuneo, Savona, Vercelli e Torino. Archivi di magistrature locali antiche, di corporazioni religiose soppresse e del marchesato, poi ducato, di Monferrato sono conservate presso l'AS Torino; Altra documentazione del marchesato si trova presso l'AS Mantova. Documentazione prevalentemente di uffici giudiziari, relativa a località del Monferrato, è conservata presso l'AS Asti.

Descrizione lunga:

Il territorio dell'attuale provincia è storicamente costituito dall'Alessandrino propriamente detto e da parte del Monferrato, oltre a qualche zona un tempo appartenente alla repubblica di Genova. Parte della documentazione conservata nell'antico archivio notarile del Monferrato riguarda località oggi appartenenti alle province limitrofe di Asti, Cuneo, Savona, Vercelli e Torino. Archivi di magistrature locali antiche, di corporazioni religiose soppresse e del marchesato, poi ducato, di Monferrato sono conservate presso l'AS Torino; Altra documentazione del marchesato si trova presso l'AS Mantova. Documentazione prevalentemente di uffici giudiziari, relativa a località del Monferrato, è conservata presso l'AS Asti.

Archivio di stato di Asti
Tipologia:
Descrizione:

L'AS Asti e' stato istituito con d.m. 15 apr. 1959; la sede e' stata ultimata nel 1964. Da allora, oltre ad alcuni archivi privati e di enti pubblici, esso ha raccolto quanto restava della documentazione di uffici statali che hanno sede nell'attuale circoscrizione provinciale. Nel 1935 fu costituita la provincia di Asti con territori delle circoscrizioni vicine, in particolare quelle di Alessandria e di Cuneo. L'attuale territorio comprende pertanto zone che nel corso del tempo fecero parte di circoscrizioni diverse (oltre quelle già ricordate, Acqui, e soprattutto Casale); la documentazione preunitaria si presenta di conseguenza frammentaria, ed e', per una parte consistente, conservata presso l'AS Torino, ed in parte minore presso l'AS Alessandria.

Descrizione lunga:

L'AS Asti e' stato istituito con d.m. 15 apr. 1959; la sede e' stata ultimata nel 1964. Da allora, oltre ad alcuni archivi privati e di enti pubblici, esso ha raccolto quanto restava della documentazione di uffici statali che hanno sede nell'attuale circoscrizione provinciale. Nel 1935 fu costituita la provincia di Asti con territori delle circoscrizioni vicine, in particolare quelle di Alessandria e di Cuneo. L'attuale territorio comprende pertanto zone che nel corso del tempo fecero parte di circoscrizioni diverse (oltre quelle già ricordate, Acqui, e soprattutto Casale); la documentazione preunitaria si presenta di conseguenza frammentaria, ed e', per una parte consistente, conservata presso l'AS Torino, ed in parte minore presso l'AS Alessandria.

Archivio di stato di Biella
Tipologia:
Descrizione:

La nuova sede dell'Archivio di Stato di Biella è stata progettata negli anni '80 sul lato nord del complesso rinascimentale di San Sebastiano, nel centro della città. Con nuova forma architettonica, negli anni '90, è stata ricostruita in superficie, sul sito di edifici demoliti negli anni sessanta, la palazzina che ospita gli spazi aperti al pubblico e gli uffici, mentre i depositi sono previsti su due piani interrati. Questo ha permesso il trasferimento da palazzo Cisterna, nel borgo del Piazzo, prima sede dell'Istituto, ormai divenuta inagibile, ma non avendo ultimato i lavori, si è dovuto ricorrere ad un deposito sussidiario collocato in zona periferica rispetto alla principale, in un capannone industriale, anni '50.
La sezione di Biella, divenuta poi Archivio di Stato, fu istituita nel 1967. Dando corpo al progetto di "archivio del Biellese" pensato da Quintino Sella a fine ottocento, poi ripreso dal commissario prefettizio Ferrerati negli anni '30 del 1900, concentra la maggior parte della memorai storica del Biellese con una consistenza di circa 6000 ml di fonti cartacee, pergamene, mappe e disegni, cartoline e fotografie, datati a partire dall'anno 1082 fin quasi ai giorni nostri. Al suo interno si è costituito il Centro studi cavaliere Pietro Torrione, sorto grazie alla liberalità della famiglia dello storiografo locale, che ha donato archivi, biblioteca, arredi e oggetti d'arte.

Descrizione lunga:

La nuova sede dell'Archivio di Stato di Biella è stata progettata negli anni '80 sul lato nord del complesso rinascimentale di San Sebastiano, nel centro della città. Con nuova forma architettonica, negli anni '90, è stata ricostruita in superficie, sul sito di edifici demoliti negli anni sessanta, la palazzina che ospita gli spazi aperti al pubblico e gli uffici, mentre i depositi sono previsti su due piani interrati. Questo ha permesso il trasferimento da palazzo Cisterna, nel borgo del Piazzo, prima sede dell'Istituto, ormai divenuta inagibile, ma non avendo ultimato i lavori, si è dovuto ricorrere ad un deposito sussidiario collocato in zona periferica rispetto alla principale, in un capannone industriale, anni '50.
La sezione di Biella, divenuta poi Archivio di Stato, fu istituita nel 1967. Dando corpo al progetto di "archivio del Biellese" pensato da Quintino Sella a fine ottocento, poi ripreso dal commissario prefettizio Ferrerati negli anni '30 del 1900, concentra la maggior parte della memorai storica del Biellese con una consistenza di circa 6000 ml di fonti cartacee, pergamene, mappe e disegni, cartoline e fotografie, datati a partire dall'anno 1082 fin quasi ai giorni nostri. Al suo interno si è costituito il Centro studi cavaliere Pietro Torrione, sorto grazie alla liberalità della famiglia dello storiografo locale, che ha donato archivi, biblioteca, arredi e oggetti d'arte.

Archivio di stato di Cuneo
Tipologia:
Descrizione:

La documentazione dell'Archivio di Stato di Cuneo proviene dal Tribunal de première instance de Saluces (Stato Civile Napoleonico, 1802-1813, in lingua francese), e dal Tribunale di Mondovì (Stato Civile Italiano, 1866-1899).
In particolare lo stato civile napoleonico riguarda 40 Comuni del circondario di Saluzzo, appartenenti al Dipartimento della Stura, mentre la documentazione relativa allo stato civile italiano riguarda 33 Comuni del circondario di Mondovì e comprende, in via eccezionale, anche registri parrocchiali di numerosi Comuni relativi agli anni 1853,1864 e 1865. Il lavoro di digitalizzazione dello stato civile italiano non è stato completato, pertanto la documentazione finora presente sul Portale riguarda complessivamente 73 dei 250 Comuni che attualmente costituiscono la provincia di Cuneo.

Descrizione lunga:

La documentazione dell'Archivio di Stato di Cuneo proviene dal Tribunal de première instance de Saluces (Stato Civile Napoleonico, 1802-1813, in lingua francese), e dal Tribunale di Mondovì (Stato Civile Italiano, 1866-1899).
In particolare lo stato civile napoleonico riguarda 40 Comuni del circondario di Saluzzo, appartenenti al Dipartimento della Stura, mentre la documentazione relativa allo stato civile italiano riguarda 33 Comuni del circondario di Mondovì e comprende, in via eccezionale, anche registri parrocchiali di numerosi Comuni relativi agli anni 1853,1864 e 1865. Il lavoro di digitalizzazione dello stato civile italiano non è stato completato, pertanto la documentazione finora presente sul Portale riguarda complessivamente 73 dei 250 Comuni che attualmente costituiscono la provincia di Cuneo.

Archivio di Stato di Novara
Tipologia:
Descrizione:

La sede, situata nel centro storico di Novara, fu sede del Convento di S. Maria Maddalena dalla metà del XVII sec. fino al 1799: dal 1808 divenne Archivio Notarile: dal 1970 è sede di questo Istituto. I documenti conservati datano dalla fine del IX secolo al 1990; quello più antico è una permuta tra il vescovo di Novara Ernusto e un privato per terreni in località Sozzago, in scrittura merovingica. I documenti, in rapporto a diverse epoche, oltre alla città di Novara riguardano il suo contado, il Basso Novarese, la provincia di Novara in quella che fu la sua massima espansione territoriale, che in età napoleonica (dipartimento Agogna) comprendeva Vigevanasco, Lomellina, Ossola, Verbano, Cusio, Valsesia. Per il periodo dal 1848 al 1927 i documenti di alcuni fondi riguardano anche Vercellese e Biellese.

Descrizione lunga:

La sede, situata nel centro storico di Novara, fu sede del Convento di S. Maria Maddalena dalla metà del XVII sec. fino al 1799: dal 1808 divenne Archivio Notarile: dal 1970 è sede di questo Istituto. I documenti conservati datano dalla fine del IX secolo al 1990; quello più antico è una permuta tra il vescovo di Novara Ernusto e un privato per terreni in località Sozzago, in scrittura merovingica. I documenti, in rapporto a diverse epoche, oltre alla città di Novara riguardano il suo contado, il Basso Novarese, la provincia di Novara in quella che fu la sua massima espansione territoriale, che in età napoleonica (dipartimento Agogna) comprendeva Vigevanasco, Lomellina, Ossola, Verbano, Cusio, Valsesia. Per il periodo dal 1848 al 1927 i documenti di alcuni fondi riguardano anche Vercellese e Biellese.

Archivio di Stato di Torino
Tipologia:
Descrizione:

Le quattro sezioni in cui si articola l’Archivio di Stato di Torino sono lo specchio e il risultato di una vicenda plurisecolare. L’originario Tesoro di carte dei conti di Savoia risale al XII secolo, anche se i primi atti che documentano l’esistenza di un Archivio comitale, affidato alla gestione di archivisti, sono del XIV secolo.

Conservato durate il medioevo a Chambéry, capitale prima della contea e poi, dal 1416, del ducato di Savoia, l’Archivio della dinastia sabauda si divise ben presto in due rami. Un Archivio venne destinato a conservare i titoli, i documenti politicamente e giuridicamente più importanti per la dinastia (concessioni o privilegi imperiali e papali, trattati di politica estera, contratti matrimoniali). Nel secondo Archivio, invece, confluirono i documenti relativi alla contabilità e alle finanze, prodotti dalla Camera computorum (la Camera dei Conti).

Descrizione lunga:

Le quattro sezioni in cui si articola l’Archivio di Stato di Torino sono lo specchio e il risultato di una vicenda plurisecolare. L’originario Tesoro di carte dei conti di Savoia risale al XII secolo, anche se i primi atti che documentano l’esistenza di un Archivio comitale, affidato alla gestione di archivisti, sono del XIV secolo.

Conservato durate il medioevo a Chambéry, capitale prima della contea e poi, dal 1416, del ducato di Savoia, l’Archivio della dinastia sabauda si divise ben presto in due rami. Un Archivio venne destinato a conservare i titoli, i documenti politicamente e giuridicamente più importanti per la dinastia (concessioni o privilegi imperiali e papali, trattati di politica estera, contratti matrimoniali). Nel secondo Archivio, invece, confluirono i documenti relativi alla contabilità e alle finanze, prodotti dalla Camera computorum (la Camera dei Conti).

Archivio di Stato di Verbania
Tipologia:
Descrizione:

L’archivio di Stato di Verbania è stato istituito con Decreto Ministeriale 27 marzo  1972 come Sezione dell’Archivio di stato di Novara. In seguito all’istituzione della nuova Provincia del Verbano Cusio Ossola, il 1° maggio 1998 l’Istituto divenne autonomo amministrativamente trasformandosi in Archivio di Stato di Verbania.

Descrizione lunga:

L’archivio di Stato di Verbania è stato istituito con Decreto Ministeriale 27 marzo  1972 come Sezione dell’Archivio di stato di Novara. In seguito all’istituzione della nuova Provincia del Verbano Cusio Ossola, il 1° maggio 1998 l’Istituto divenne autonomo amministrativamente trasformandosi in Archivio di Stato di Verbania.

Archivio di Stato di Vercelli
Tipologia:
Descrizione:

Istituito nel 1965, ha la sua sede principale nel centro storico di Vercelli, nell'antico monastero della Visitazione, detto anche di Santa Maria delle Grazie. Il complesso ospitò dapprima una comunità di clarisse, poi dal 1485 un gruppo di agostiniane. Nel 1641 queste furono sostituite dalle visitandine provenienti da Aosta, che rimasero fino alla soppressione generale degli ordini religiosi (1802). Nel 1804, l'edificio fu adibito a sede del Collegio di Vercelli dove insegnò lo scienziato Amedeo Avogadro di Quaregna (1809-19). Nel 1836 gli edifici monastici furono dati in uso alla vicina caserma di cavalleria. La chiesa divenne stalla e infermeria. Nel 1844 una radicale trasformazione degli edifici prevedeva, tra l'altro, la pressoché totale scomparsa dell'antico chiostro. Fortunatamente la proposta non ebbe seguito. Dopo la scoperta di pregevoli affreschi cinquecenteschi, attribuibili in parte a Eusebio Ferrari, staccati e ora conservati presso il museo Borgogna di Vercelli, .nel 1964 l'edificio venne sottoposto al vincolo monumentale. Nel 1980, dopo l'assegnazione all'Archivio di Stato, furono intrapresi complessi lavori di restauro nel corso dei quali sono stati rinvenuti numerosi reperti di epoca romana e medievale. In una sala è visibile una colonna proveniente da un edificio dell'epoca imperiale (sec. I o II). Il chiostro mantiene l'impronta originaria. Sulle facciate interne verso il cortile sono ben visibili le decorazioni delle antiche finestre. In un lato vi è una meridiana settecentesca restaurata.
Una seconda sede, attualmente in ristrutturazione ad uso deposito, si trova in corso San Martino nelle ex Officine elettriche di Vercelli.
L'Archivio di Stato di Vercelli amministra attualmente una sezione con sede in Varallo Sesia.

Il patrimonio documentario dell'Archivio di Stato di Vercelli occupa oltre 17 Km di scaffalatura, per un totale di 106.457 unità archivistiche (mazzi, registri, volumi, etc.), oltre 8700 disegni e mappe e 5352 pergamene.

Descrizione lunga:

Istituito nel 1965, ha la sua sede principale nel centro storico di Vercelli, nell'antico monastero della Visitazione, detto anche di Santa Maria delle Grazie. Il complesso ospitò dapprima una comunità di clarisse, poi dal 1485 un gruppo di agostiniane. Nel 1641 queste furono sostituite dalle visitandine provenienti da Aosta, che rimasero fino alla soppressione generale degli ordini religiosi (1802). Nel 1804, l'edificio fu adibito a sede del Collegio di Vercelli dove insegnò lo scienziato Amedeo Avogadro di Quaregna (1809-19). Nel 1836 gli edifici monastici furono dati in uso alla vicina caserma di cavalleria. La chiesa divenne stalla e infermeria. Nel 1844 una radicale trasformazione degli edifici prevedeva, tra l'altro, la pressoché totale scomparsa dell'antico chiostro. Fortunatamente la proposta non ebbe seguito. Dopo la scoperta di pregevoli affreschi cinquecenteschi, attribuibili in parte a Eusebio Ferrari, staccati e ora conservati presso il museo Borgogna di Vercelli, .nel 1964 l'edificio venne sottoposto al vincolo monumentale. Nel 1980, dopo l'assegnazione all'Archivio di Stato, furono intrapresi complessi lavori di restauro nel corso dei quali sono stati rinvenuti numerosi reperti di epoca romana e medievale. In una sala è visibile una colonna proveniente da un edificio dell'epoca imperiale (sec. I o II). Il chiostro mantiene l'impronta originaria. Sulle facciate interne verso il cortile sono ben visibili le decorazioni delle antiche finestre. In un lato vi è una meridiana settecentesca restaurata.
Una seconda sede, attualmente in ristrutturazione ad uso deposito, si trova in corso San Martino nelle ex Officine elettriche di Vercelli.
L'Archivio di Stato di Vercelli amministra attualmente una sezione con sede in Varallo Sesia.

Il patrimonio documentario dell'Archivio di Stato di Vercelli occupa oltre 17 Km di scaffalatura, per un totale di 106.457 unità archivistiche (mazzi, registri, volumi, etc.), oltre 8700 disegni e mappe e 5352 pergamene.

Archivio di Stato di Vercelli – Sezione di Varallo
Tipologia:
Descrizione:

L'attuale sede della Sezione di Archivio di Stato di Varallo, dopo il trasferimento nel 1990 dal seicentesco Palazzo Racchetti, è situata all'interno di un ampio complesso edilizio tipico degli insediamenti industriali del primo Novecento. L'area, ubicata all'estremo nord di Varallo, nei pressi della confluenza del torrente Mastallone nel fiume Sesia, comprende tre strutture edilizie derivate dall'insediamento industriale per la lavorazione del cotone impiantato nel 1876. Lo sviluppo dell'insediamento nei primi anni del secolo portò all'ampliamento e al rinnovo del patrimonio edilizio con la realizzazione, in una porzione dell'area separata dallo stabilimento, di un Convitto, di un Asilo destinato ai figli degli operai e di una chiesetta. L'attuale sede dell'Archivio era il Convitto delle operaie, gestito fino agli scorsi anni Settanta dalle suore dell'ordine di Maria Ausiliatrice: si tratta di un edificio di quattro piani, il cui piano terra è in dotazione all'Archivio mentre i piani superiori, originariamente adibiti a dormitorio per le convittrici, sono stati adibiti a deposito così come l'ex chiesa, a navata unica in stile neogotico. Gli edifici sono immersi in un'ampia area verde dotata di alberi da frutta, fiori e piante ornamentali.La sezione di Varallo dell'Archivio di Stato di Vercelli, istituita con decreto ministeriale del 27 dicembre 1973 e regolarmente operativa a partire dal settembre 1978, conserva e tutela la documentazione degli archivi valsesiani.

Nel complesso la documentazione conservata nella sezione consta di circa 24.000 mazzi e registri, di 1017 pergamene e 2768 mappe. È abbastanza consistente la documentazione relativa agli archivi storici comunali ed agli enti assistenziali; lacunosa e frammentaria è, invece, la documentazione delle preture post unitarie, così come è andata perduta quella delle antiche corporazioni religiose. La sezione dispone anche di una biblioteca di circa 5000 volumi, opuscoli e periodici.

 

Descrizione lunga:

L'attuale sede della Sezione di Archivio di Stato di Varallo, dopo il trasferimento nel 1990 dal seicentesco Palazzo Racchetti, è situata all'interno di un ampio complesso edilizio tipico degli insediamenti industriali del primo Novecento. L'area, ubicata all'estremo nord di Varallo, nei pressi della confluenza del torrente Mastallone nel fiume Sesia, comprende tre strutture edilizie derivate dall'insediamento industriale per la lavorazione del cotone impiantato nel 1876. Lo sviluppo dell'insediamento nei primi anni del secolo portò all'ampliamento e al rinnovo del patrimonio edilizio con la realizzazione, in una porzione dell'area separata dallo stabilimento, di un Convitto, di un Asilo destinato ai figli degli operai e di una chiesetta. L'attuale sede dell'Archivio era il Convitto delle operaie, gestito fino agli scorsi anni Settanta dalle suore dell'ordine di Maria Ausiliatrice: si tratta di un edificio di quattro piani, il cui piano terra è in dotazione all'Archivio mentre i piani superiori, originariamente adibiti a dormitorio per le convittrici, sono stati adibiti a deposito così come l'ex chiesa, a navata unica in stile neogotico. Gli edifici sono immersi in un'ampia area verde dotata di alberi da frutta, fiori e piante ornamentali.La sezione di Varallo dell'Archivio di Stato di Vercelli, istituita con decreto ministeriale del 27 dicembre 1973 e regolarmente operativa a partire dal settembre 1978, conserva e tutela la documentazione degli archivi valsesiani.

Nel complesso la documentazione conservata nella sezione consta di circa 24.000 mazzi e registri, di 1017 pergamene e 2768 mappe. È abbastanza consistente la documentazione relativa agli archivi storici comunali ed agli enti assistenziali; lacunosa e frammentaria è, invece, la documentazione delle preture post unitarie, così come è andata perduta quella delle antiche corporazioni religiose. La sezione dispone anche di una biblioteca di circa 5000 volumi, opuscoli e periodici.

 

Area archeologica di Bene Vagienna
Tipologia:
Descrizione:

Fondata da veterani dell'imperatore Ottaviano Augusto nell’ultimo quarto del I secolo a.C. nella media valle del Tanaro, in antico corrispondente alla Liguria interna, Augusta Bagiennorum era di importanza strategica per il controllo del transito tra la pianura padana, il mare, le valli degli affluenti del Po ed i valichi alpini.
I resti si trovano nella piana della Roncaglia, a circa due km dall’abitato di Bene Vagienna; furono riportati alla luce tra il 1892 e il 1909 dagli scavi degli studiosi benesi Giuseppe Assandria e Giovanni Vacchetta nel contesto di un'impresa archeologica dal sapore avventuroso e romantico. Oggi gli esperti affermano infatti che le tecniche di scavo adottate dai due erano ormai largamente superate. Tuttavia, disponendo di risorse davvero ingenti, fu loro possibile pagare la notevole quantità di manodopera necessaria, ottenendo risultati al di là di ogni attesa.

Descrizione lunga:

Fondata da veterani dell'imperatore Ottaviano Augusto nell’ultimo quarto del I secolo a.C. nella media valle del Tanaro, in antico corrispondente alla Liguria interna, Augusta Bagiennorum era di importanza strategica per il controllo del transito tra la pianura padana, il mare, le valli degli affluenti del Po ed i valichi alpini.
I resti si trovano nella piana della Roncaglia, a circa due km dall’abitato di Bene Vagienna; furono riportati alla luce tra il 1892 e il 1909 dagli scavi degli studiosi benesi Giuseppe Assandria e Giovanni Vacchetta nel contesto di un'impresa archeologica dal sapore avventuroso e romantico. Oggi gli esperti affermano infatti che le tecniche di scavo adottate dai due erano ormai largamente superate. Tuttavia, disponendo di risorse davvero ingenti, fu loro possibile pagare la notevole quantità di manodopera necessaria, ottenendo risultati al di là di ogni attesa.