Cinque scrittori piemontesi che hanno cambiato il novecento

Secolo di cambiamenti, innovazioni, guerre logoranti, fratture tra l’io e il mondo esterno, turbine di rivoluzioni, scoperte che hanno svecchiato una quotidianità basata sui rigidi principi delle società dell’antico regime. Di questo, l’individuo ne è il motore, e come cittadino del mondo vive il suo impegno morale. E lo scrittore, il poeta, cittadino della sua Repubblica, come si comporta? Attraverso movimenti artistici quali: decadentismo, crepuscolarismo, espressionismo, ermetismo, rovescia il tavolo della moralità e gioca secondo le sue regole.

Tra questi Guido Gozzano, nato nel 1883 tra le campagne del Canavese, Agliè in provincia di Torino, passata l’emulazione per la figura del dandy di D’Annunzio, del poeta vate, si avvicina alla realtà post-decadente. Ritenuto il caposcuola dei poeti crepuscolari, egli descrive nelle sue poesie i personaggi, gli ambienti di una Torino borghese “un po’ vecchiotta, provinciale, fresca tuttavia d’un tal garbo parigino” viene rievocata, con ironia, per il suo ambiente chiuso e profondamente provinciale, ma anche con un affetto che testimonia il legame del poeta alla propria città natale.

Quella Torino che racchiude in sè “tutto il mio passato” e dove “i miei ricordi più teneri e mesti dormono in te, sepolti come vesti in un armadio canforato”. Al crepuscolo, al tramonto, il dire le cose con una semplicità che rispecchia la quotidianità, senza i fronzoli stilistici e le parole auliche che ora non servono più a nulla.

<<Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Nella Langhe di Cesare Pavese, e le sue colline, Santo Stefano Belbo paesino in cui nasce nel 1908, in provincia di Cuneo, di queste ne parla nel suo romanzo che più rispecchia un realismo simbolico: in “La luna e i falò”, Anguilla, alter ego di Pavese, torna nel suo paese natale. Proprio lì nelle sue malinconiche colline dove i ricordi d’infanzia e la memoria sono rimasti appesi.

Segnato da profondi tormenti e da una drammatica oscillazione fra il desiderio di solitudine e il bisogno degli altri, lo si colloca nel neorealismo, i cui contenuti delle sue opere, ed uno stile che possa mostrare il reale, come testimonianza diretta di un’esperienza vissuta: la guerra, la Resistenza, la lotta quotidiana per sbarcare il lunario. Collaboratore assiduo con la casa editrice torinese Einaudi fino al 1934, quando verrà condannato al confino per più di un anno in un paese della Calabria. Il suo profondo pessimismo lo porterà al suicidio nel 1950.

Scrittore, giornalista, poeta, pedagogista, Gianni Rodari nasce a Omegna nel 1920 sul Lago d’Orta a Verbano-Cusio-Ossola, specializzato in letteratura per l’infanzia, è stato l’unico scritto ad aver vinto il prestigiano Premio Hans Christian Andersen nel 1970, considerato il “Piccolo Premio Nobel” della narrativa per l’infanzia. La sua opera più celebre, “La grammatica della fantasia”, pubblicata nel 1973 da Einaudi, è una sorta di manifesto teorico sui meccanismi che sottendono l’arte di inventare storie.

Ha scritto numerose filastrocche, poesie, racconti per l’infanzia surreali, divertenti e poetici, usando un linguaggio semplice che fa presa diretta sui bambini. Tiene in profonda considerazione i bambini, li rispetta e dimostra di conoscerli in modo autentico. Al mondo adulto risponde invece con un’ironia pungente.«Ci sono cose da non fare mai, né di giorno, né di notte, né per mare, né per terra: per esempio la guerra» il suo lavoro è ancora oggi stimato in tutto il mondo, continua ad essere pubblicato, letto e studiato.

<<Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici..>> sono i primi due versi della celebre poesia di Primo Levi, scrittore e testimone delle deportazioni naziste, nonché sopravvissuto ai lager hitleriani, nasce a Torino nel 1919, di origini ebraiche, ha descritto in alcuni dei suoi libri le pratiche e tradizioni tipiche del suo popolo. Prosegue in modo eccelso i suoi studi al Liceo D’Azeglio, in cui avrà come docente proprio Cesare Pavese, e conseguirà laurea con lode alla facoltà di scienze.

Per esigenze di lavoro, nel 1942, è costretto a trasferirsi a Milano, da lì a poco l’inizio dell’atroce esperienza. Deportato prima in nel campo di concentramento di Fossoli e successivamente ad Auschwitz. Viene liberato il 27 gennaio 1945 in occasione dell’arrivo dei russi al campo di Buna-Monowitz. Segnato profondamente da questa esperienza, e da quel sottile senso di colpa che talvolta, si genera negli ebrei scampati all’Olocausto: colpevoli di essere sopravvissuti, muore suicida 11 aprile 1987.

Ultimo sull’asse temporale: Umberto Eco, critico, saggista, semiologo, filosofo, accademico, nasce ad Alessandria nel 1932, e si laurea nel 1954 presso l’Università di Torino con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d’Aquino, poi pubblicata come volume autonomo. La sua carriera si avvia presso i servizi culturali della Rai, anche grazie ad alcuni amici collaboratori della trasmissione come Mike Bongiorno, e negli anni ’60 inizia anche la sua carriera come docente universitario: prima a Milano, Firenze e infine ancora Milano.

Sono gli anni italiani dell’impegno e delle avanguardie artistiche, e anche il semiologo offre il suo contributo teorico aderendo al cosiddetto Gruppo 63: una corrente che ha fatto scuola in tutti i sensi. La collezione di titoli onorifici di Eco è impressionante, essendo stato omaggiato da università di tutto il mondo, non limitandosi a ritirare le lauree honoris causa o i premi, ma anche tenendo corsi. Numerose anche le sue collaborazioni con quotidiani, settimanali e anche periodici artistici e intellettuali. La sua produzione è assai vasta, dalla semiotica , estetica medievale al best seller “il nome della rosa” seguito poi da altri.


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