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	<title>ghetto ebraico Archivi - Piemonte Expo</title>
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		<title>Una città dentro una città: il ghetto ebraico di Torino e la sua testimonianza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Piemonte Expo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Feb 2022 09:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[ghetto ebraico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>É una città dentro una città, sparsi in tutta Italia, anche qui a Torino troviamo i resti e  testimonianze del ghetto ebraico. I primi ebrei giunsero a Torino agli inizi del 1400. Nel corso del 1500, grazie alla politica di accoglienza del Duca Emanuele Filiberto di Savoia, continuarono a provenire da Spagna, Francia e Germania. Il Ghetto Ebraico di [&#8230;]</p>
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<p><span id="more-28700"></span></p>
<p>Il <strong>Ghetto Ebraico di Torino</strong>, introdotto nel 1679 per ordine della reggente Maria Giovanna Battista di Nemours, fu <strong>il primo edificato in Piemonte</strong>. Inizialmente collocato nell’area dell’ex Ospedale di Carità (che occupava la zona dell’attuale via Maria Vittoria), con il passare degli anni il numero dei suoi abitanti aumentò così tanto da costringere i governanti a costruire una parte aggiuntiva, oggi conosciuta con il nome di <strong>“Ghetto Nuovo”</strong>. L’unione tra ghetto antico e ghetto nuovo occupa tutto il quadrato di spazio compreso tra le vie Maria Vittoria, Bogino, Principe Amedeo e San Francesco da Paola.</p>
<p>Il ghetto rimase in vigore, fatta eccezione per una breve pausa durante il periodo napoleonica, fino al 1848, con lo <strong>Statuto Albertino</strong>, ovvero la costituzione adottata dal Regno di Sardegna che riconobbe tra i vari diritti anche quello religioso.L’interno era strutturato in cinque cortili: Cortile Grande, Cortile dei Preti, della Vite, della Taverna e della Terrazza. Questi ultimi erano collegati tra loro mediante corridoi coperti chiamati “Portici Oscuri”.</p>
<p>La differenza architettonica rispetto agli edifici degli isolati vicini è evidente anche a occhio nudo. A parità di altezza con le case limitrofe, le case del ghetto erano dotate di più piani, generalmente quattro più uno ammezzato: questo per cercare di recuperare spazio dove far alloggiare la crescente popolazione costretta a vivere in quel perimetro. Piazza Carlo Emanuele II, meglio conosciuta con il nome di <strong>Piazza Carlina</strong>, reca visibili i segni del vecchio ghetto ebraico nell’edificio all’angolo con via Des Ambrois.</p>
<p>Tutte <strong>le principali attività lavorative e di comunità si svolgevano all’interno del ghetto</strong>, così che l’uscita fosse limitata il più possibile. Ai piani inferiori degli edifici furono costruite le botteghe di piccoli commercianti e artigiani, così che tutto restasse circoscritto all’interno del ghetto.<strong>Gli ingressi dei palazzi del ghetto erano costituiti da cancellate</strong>, al contrario degli altri che avevano i classici portoni di legno. Questo per consentire a chi controllava l’area di vedere cosa succedesse all’interno anche una volta chiuso il ghetto. Alcune di queste antiche cancellate che venivano chiuse al tramonto sono ancora oggi visibili in <strong>via Maria Vittoria.</strong></p>
<p>Con l&#8217;intensificarsi delle <strong>leggi razziali</strong> nel 1938, non furono altro che la premessa verso la tragedia della Shoah; quasi quattrocento furono gli ebrei torinesi deportati, tra cui <strong>Primo Levi</strong> che, sopravvissuto, diverrà nel dopoguerra con i suoi romanzi uno dei testimoni più autorevoli a livello mondiale dell&#8217;orrore di <strong>Auschwitz</strong>. Molti furono gli <strong>ebrei piemontesi</strong> (come, per esempio, <strong>Emanuele Artom</strong>) impegnati nella Resistenza e molti furono anche gli episodi di solidarietà da parte della popolazione torinese, tra i quali si segnala l&#8217;operato di padre <strong>Giuseppe Girotti,</strong> che pagherà con la morte a <strong>Dachau </strong>il suo impegno a favore degli ebrei perseguitati.</p>
<p>Nel dopoguerra si compì la ricostruzione della <strong>sinagoga</strong> (gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1942) e della comunità (così duramente provata dalle persecuzioni) e il 15 maggio 1955 vennero commemorate le vittime con un monumento nel cimitero ebraico di Torino, progettato da Guglielmo Olivetti, nel quale sono incisi i nomi dei 495 ebrei uccisi dal nazifascimo. Nel 1947 fu ristrutturata la biblioteca della comunità, precedentemente distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Dagli anni &#8217;70 in poi la biblioteca è situata nell&#8217;edificio della comunità ebraica di Torino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi Torino, con i suoi mille iscritti e le sue istituzioni scolastiche e culturali, è la comunità ebraica più importante del Piemonte e la terza in Italia. La comunità torinese gestisce due scuole: la scuola primaria &#8220;Colonna e Finzi&#8221; e la scuola secondaria &#8220;Emanuele Artom&#8221;<sup id="cite_ref-3" class="reference"></sup> nelle quali studiano bambini di varie religioni.<sup id="cite_ref-4" class="reference"></sup></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.piemonteexpo.it/2022/02/una-citta-dentro-una-citta-il-ghetto-ebraico-di-torino-e-la-sua-testimonianza/">Una città dentro una città: il ghetto ebraico di Torino e la sua testimonianza</a> proviene da <a href="https://www.piemonteexpo.it">Piemonte Expo</a>.</p>
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